Buongiorno Egitto
Kircher e Sandys: l'Egitto raccontato dall'Europa del Seicento

Kircher e Sandys: l'Egitto raccontato dall'Europa del Seicento

Il gesuita Kircher, che leggeva i geroglifici senza aver mai visto l'Egitto, e Sandys, che nel 1610 entrò nella Grande Piramide: cosa videro e cosa resta oggi.

O

Omar

Pubblicato il 25 settembre 2026

Chi entra oggi nella Grande Piramide di Cheope fa la stessa cosa che fece un giovane inglese nel 1610: si piega in due in un corridoio largo un metro e alto poco più, e scende con la schiena curva. George Sandys lo descrisse come «un passaggio spaventoso e non meno scomodo». Quattro secoli dopo il corridoio è lo stesso, con in più una passerella di legno e le luci al neon. È una delle poche cose dell'Egitto che non sono cambiate.

Tutto il resto sì. Quando Sandys arrivò ad Alessandria nessuno in Europa sapeva leggere un geroglifico, la Sfinge era sepolta fino al collo, la Stele di Rosetta non era ancora stata trovata e la parola "egittologia" non esisteva. L'Egitto antico si studiava nei libri dei greci e dei romani, oppure sugli obelischi che gli imperatori avevano portato a Roma. In questa storia entrano due uomini molto diversi: Athanasius Kircher, un gesuita tedesco che passò la vita a "leggere" i geroglifici senza aver mai messo piede in Egitto, e George Sandys, che l'Egitto lo vide con i suoi occhi e lo raccontò per primo a chi stava a casa. Uno sbagliò quasi tutto, l'altro non aveva gli strumenti per capire quello che vedeva. Ma da loro passa la strada che porta a Champollion e ai musei che visitiamo oggi.

In questo articolo ti raccontiamo cosa videro, cosa capirono e cosa no, e soprattutto cosa resta oggi di quel mondo. Per chi va al Cairo con noi, sapere che la Sfinge è stata liberata dalla sabbia solo nel Novecento cambia il modo di guardarla.

Perché nel Seicento nessuno sapeva leggere i geroglifici

L'ultima iscrizione in geroglifici che conosciamo è del 394 dopo Cristo, sull'isola di File ad Assuan. Poi la scrittura è morta: nessuno l'ha più insegnata e nel giro di poche generazioni nessuno l'ha più letta. Quello che restava erano le descrizioni dei greci e dei romani, che avevano trasmesso un'idea precisa e sbagliata: i geroglifici non sarebbero una scrittura vera, con suoni e grammatica, ma simboli sacri, immagini che nascondono verità filosofiche riservate ai sacerdoti. Con questa idea in testa, per più di mille anni chiunque guardasse un obelisco cercava un segreto, non una frase.

È il punto di partenza per capire Kircher. Non era uno sciocco, anzi: era uno degli uomini più colti del suo secolo. Semplicemente cercava la cosa sbagliata.

Athanasius Kircher, l'uomo che leggeva i geroglifici senza aver mai visto l'Egitto

Chi era

Kircher nasce nel 1602 a Geisa, un paesino tra le montagne della Rhön, in Germania. A sedici anni sa già il latino, il greco e l'ebraico, imparati al ginnasio dei gesuiti di Fulda; studia filosofia e teologia a Paderborn e nel 1620 prende i primi voti. Poi la Guerra dei Trent'anni gli passa sopra: per un gesuita che gira in abito religioso la Germania di quegli anni è pericolosa, e nel 1622 scappa a Colonia, dove finisce gli studi. Seguono una serie di incarichi da insegnante e l'ordinazione nel 1628.

È probabilmente in quegli anni che vede i geroglifici per la prima volta, e non su una pietra ma su un libro: il Thesaurus Hieroglyphicorum di Herwart von Hohenburg, una specie di "museo di carta" con le illustrazioni di tutti gli oggetti egizi che l'autore era riuscito a trovare. Kircher era un enciclopedico nel senso letterale: scrisse di magnetismo, ottica, musica, vulcani, cinese, ed è stato chiamato "l'ultimo uomo che sapeva tutto". Ma ai geroglifici tornò per tutta la vita.

In Francia conosce Pierre Gassendi, che gli chiede di decifrare una collezione di manoscritti etiopici, copti e arabi. Ne esce il Prodromus Coptus sive Aegyptiacus (1636), un'introduzione al copto, e qui Kircher ha la sua intuizione migliore.

L'intuizione giusta: il copto è l'egiziano antico

Il copto è la lingua dei cristiani d'Egitto. Nel Seicento non si parlava più per strada, ma si cantava ancora in chiesa, e si canta ancora oggi: è la lingua liturgica della Chiesa copta ortodossa, quella che senti se entri nella Chiesa Sospesa al Cairo. Kircher sostenne, correttamente, che quella lingua era imparentata con l'antica lingua d'Egitto scritta nei geroglifici. In altre parole: l'egiziano non era una lingua morta, era sopravvissuto cambiando alfabeto.

Nel 1634 Kircher accetta una cattedra di matematica al Collegio Romano, a Roma, con un incarico speciale: studiare i geroglifici. Deve fare attenzione. L'anno prima Galileo era stato convocato dall'Inquisizione e costretto a smettere di insegnare che è la Terra a girare intorno al Sole. Kircher si tiene sul sicuro: dal 1641 pubblica ogni tre o quattro anni un'enciclopedia su un tema scientifico diverso, a partire da un trattato sul magnetismo. Nel 1643 torna all'egiziano e usa il materiale raccolto da un viaggiatore italiano, Pietro della Valle, che dall'Egitto aveva riportato due vocabolari nel dialetto bohairico del copto. Ne esce la Lingua Aegyptiaca Restituta, "la lingua egizia restaurata": un vocabolario in tre colonne, copto, latino e arabo. Quasi due secoli dopo Jean-François Champollion lo avrà sul tavolo mentre decifra i geroglifici. È il contributo vero di Kircher, e da solo basterebbe a dargli un posto nella storia.

Gli obelischi di Roma

Senza mai vedere l'Egitto, Kircher diventa l'esperto di geroglifici d'Europa. Il motivo è semplice: l'Egitto, a Roma, c'era già. Gli imperatori avevano portato in città più obelischi di quanti ne siano rimasti in piedi in tutto l'Egitto, e i papi del Cinquecento e del Seicento li stavano tirando fuori dalle macerie per rimetterli nelle piazze.

Nel 1633 il suo protettore francese, Peiresc, gli fa notare un problema: le sue traduzioni si basavano su copie sbagliate dei segni dell'obelisco Lateranense, quello rimesso in piedi da Sisto V nel 1588 davanti a San Giovanni, e sul lavoro di un rabbino babilonese, Barachias, che come lui voleva trovare nella scrittura egizia le idee dei neoplatonici. Kircher non si scompone. Nel 1650 papa Innocenzo X gli affida le iscrizioni dell'obelisco caduto che stava rimettendo in piedi in Piazza Navona, sopra la fontana del Bernini. Ne esce l'Obeliscus Pamphilius, il suo primo libro sui geroglifici. Ironia della storia: quell'obelisco è di granito di Assuan, ma è stato scolpito a Roma in stile egizio, e le iscrizioni sono inni agli imperatori Domiziano, Vespasiano e Tito. Kircher lo credeva egizio autentico.

Poi il colpo di teatro. Quando Alessandro VII fa rialzare un altro obelisco spezzato, trovato vicino all'antico tempio di Iside (oggi è quello sull'elefantino del Bernini davanti a Santa Maria sopra Minerva), Kircher studia i geroglifici sui tre lati visibili mentre è ancora a terra e prevede che anche il quarto lato, quello nascosto, sia iscritto. Era abbastanza ovvio. Ma quando lo sollevano e i geroglifici ci sono, a Roma la notizia gira, e da quel momento tutti sono convinti che Kircher sappia leggere davvero quei segni.

La Mensa Isiaca: l'anatomia di uno scarabeo

Il metodo di Kircher si vede bene in un oggetto che oggi è al Museo Egizio di Torino: la Mensa Isiaca, o Tavola Bembina, una lastra di bronzo intarsiata piena di figure e segni egizi, che von Hohenburg aveva riprodotto più volte nel suo Thesaurus.

Un dettaglio lo affascina: uno scarabeo con la testa umana, accompagnato da un disco solare alato. Kircher lo prende come la chiave dell'intera scrittura geroglifica e lo seziona come un anatomista: il disco solare è l'anima del mondo, gli ovali concentrici sulla spalla dello scarabeo sono le orbite dei pianeti, la testa umana è il sole, il disco sopra è la luna, la croce dentro il disco lunare rappresenta il fuoco e l'acqua. Un intero sistema cosmologico ricavato da un insetto.

Il problema è che la Mensa Isiaca non è egizia. È stata fatta a Roma, in età imperiale, da artigiani che imitavano lo stile egizio senza capire la scrittura: le figure sono confuse e i "geroglifici" non vogliono dire niente. Kircher aveva costruito una filosofia sopra un pezzo di arredamento. Lo stesso gli capitò con un altro segno, un quadrato con quattro caratteri, che lesse come l'ideogramma dell'universo egizio e dell'amore neoplatonico: era la parola greca philo, "amore", scritta con lettere copte da romani che di geroglifici non sapevano nulla.

L'Egitto immaginato

Kircher setacciò l'Europa in cerca di reperti egizi con iscrizioni: sarcofagi, vasi canopi, mummie, che disegnò con la stessa cura degli obelischi. Nelle sue tavole i geroglifici sono spesso copiati bene; è il significato che manca. Per i luoghi, invece, doveva fidarsi dei racconti degli altri, e si vede. Nel suo disegno della Grande Piramide ci sono due ingressi doppi alla base, sul lato nord e sul lato ovest: in realtà l'ingresso è uno solo, sul lato nord, a metà altezza. Menfi è disegnata sulla stessa riva della piramide, e questo è giusto, ma Eliopoli finisce a sud invece che a nord.

La tavola più curiosa è un'altra. Nel 1640 un italiano, Tito Livio Burattini, gli manda uno schizzo del campo di piramidi di Dahshur, con la Piramide Rossa, la Romboidale e la Nera, e una serie di aperture nel terreno etichettate "cripta delle mummie": i pozzi da cui si scendeva nelle grotte piene di corpi. Kircher la fa ridisegnare per l'Oedipus Aegyptiacus da Giovanni Battista Balatri, che ci aggiunge di suo un cimitero in superficie fatto di piramidi altissime e strette, una attaccata all'altra, che non assomiglia a Dahshur né a nessun altro posto in Egitto; lo schizzo originale lo pubblicherà solo nel 1677. Quella cripta non è mai stata identificata con certezza; si pensa sia da qualche parte proprio a Dahshur, dove oggi si arriva in un'ora dal Cairo.

Perché sbagliava

Tra il 1652 e il 1654 escono i tre volumi dell'Oedipus Aegyptiacus, il libro della sua vita. Dentro c'è la tesi: i geroglifici sono puramente simbolici. Kircher si era formato sui platonici fiorentini del Quattrocento, convinti che esistesse una "teologia antichissima" comune a tutti i popoli e che una delle sue fonti fosse il Corpus Hermeticum egizio. Per lui i geroglifici dovevano contenere quella sapienza, e nient'altro.

Oggi gli egittologi lo ricordano per aver sbagliato, e in modo spettacolare. Il suo metodo, una parte di osservazione e dodici di congettura, non regge. Ma il suo errore è istruttivo: Kircher non avrebbe mai accettato che quei segni bellissimi servissero anche per cose banali. Gli egizi invece ci scrivevano tutto: il viaggio notturno del dio sole, certo, ma anche le liste della lavanderia e le ricevute delle tasse. Lo vedi nelle vetrine dei musei, dove accanto ai papiri religiosi ci sono lettere private, contratti e conti di bottega. La scrittura era una lingua, non un codice segreto. Kircher aveva trovato la lingua giusta, il copto, e l'aveva usata per cercare la cosa sbagliata. Se vuoi vedere che cosa raccontano davvero le pareti dei templi, abbiamo scritto una guida agli dei egizi e a come riconoscerli.

George Sandys, il primo viaggiatore inglese a raccontare l'Egitto

Chi era

George Sandys nasce nel 1578, settimo e ultimo figlio di Edwin Sandys, arcivescovo di York. Nel 1610 parte per il Grand Tour, il viaggio che i giovani inglesi di buona famiglia facevano per completare l'educazione: Francia, Italia, Turchia, Egitto e Palestina. Al ritorno pubblica il diario, A Relation of a Journey begun An. Dom. 1610 (1615): è uno dei primi resoconti occidentali di un viaggio in Egitto.

Sandys era un poeta formato sul latino: più tardi tradurrà le Metamorfosi di Ovidio e l'Eneide. L'Egitto che si aspettava era quello dei testi classici. Quello che trovò era un paese ottomano, povero, con le antichità in rovina, e il confronto tra i due attraversa tutto il libro.

Arrivare ad Alessandria in tempesta

Già arrivarci non era scontato. «Persa di vista Rodi, non vedemmo terra fino alla terza notte», scrive. Avvistata la costa d'Egitto nel buio, per paura di finire sugli scogli la nave passa la notte al largo, «con i lampi a fare una luce sgradevole, tra tuoni e tempeste». Il giorno dopo entra nel porto di Alessandria, «da poco infamato da un gran numero di relitti sparsi qua e là, che testimoniavano miseramente la scarsa protezione di quel porto».

Alessandria lo delude. Cercava la «Regina delle città e metropoli dell'Africa» dei testi antichi e trova poco: «Ah, quanto è diversa quella Niobe da questa!». Di antichità, annota, ne restano poche: un obelisco «di marmo tebano, duro quasi come il porfido ma di un rosso più intenso», chiamato l'Ago del Faro, in piedi dove sorgeva il palazzo di Alessandro, «e un altro accanto, uguale, mezzo sepolto tra le macerie».

Sandys non poteva saperlo, ma anche quei due sarebbero spariti. Sono gli Aghi di Cleopatra: quello caduto è stato portato a Londra nel 1877, quello in piedi a New York, a Central Park, nel 1881. In origine erano una coppia fatta scolpire da Thutmosi III per Eliopoli; i romani li avevano trasferiti ad Alessandria nel 12 a.C., davanti al Cesareo, il tempio iniziato da Cleopatra pochi decenni prima. Chi oggi visita Alessandria in giornata trova la Colonna di Pompeo, le catacombe e il forte di Qaitbay, ma degli obelischi solo il posto vuoto.

Le piramidi: non granai, ma tombe

Da Alessandria Sandys risale a Rosetta (la Stele sarebbe stata trovata quasi due secoli dopo, nel 1799) e poi verso il Cairo, e da lì a Giza, per vedere «quelle tre Piramidi, barbari monumenti di prodigalità e vanagloria, così universalmente celebrate».

La cosa più notevole del suo racconto è quello che non crede. Nel Medioevo cristiano era diffusa l'idea che le piramidi fossero i granai fatti costruire da Giuseppe per la carestia: chi è stato a Venezia le ha viste così nei mosaici dell'atrio di San Marco. Sandys non ci casca: «Queste, come le altre, erano i sepolcri reali degli egizi». Aveva ragione, e lo scrive nel 1615.

Le battute non gli impediscono di restare a bocca aperta davanti alle dimensioni: «Nessuna pietra in tutto l'edificio è così piccola da poter essere trasportata dai nostri carri... Come le abbiano portate qui è una meraviglia; come le abbiano sollevate, una più grande». Sale fino in cima, cosa che oggi è vietata, e poi entra. Il corridoio lo descrive con precisione: «Un passaggio spaventoso e non meno scomodo: non più di una iarda di larghezza e quattro piedi d'altezza, ogni pietra di quella misura. Così che sempre chinati, e a volte strisciando per via delle macerie, scendemmo». Una iarda per quattro piedi: circa un metro per uno e venti. Sono le misure del corridoio ancora oggi. Se pensi di entrare nella Grande Piramide durante l'escursione al Cairo e alle piramidi, sappi che è esattamente così, con in più la passerella e l'aria pesante: chi soffre di claustrofobia o ha problemi alle ginocchia fa meglio a restare fuori.

La Sfinge sepolta fino al collo

La Sfinge, nel 1610, era quasi invisibile: il corpo stava sotto la sabbia e sporgeva solo la testa. Sandys la interpreta a modo suo, con la lettura simbolica dell'epoca: «Con una Sfinge gli egizi rappresentavano nei loro geroglifici una cortigiana: dal viso amabile e seducente, ma con tutta la tirannia e la rapacità di un leone, esercitate sul povero amante dal cuore spezzato». Non è quello che pensavano gli egizi, ovviamente, ma è il modo in cui l'Europa leggeva l'Egitto, e Kircher a Roma ragionava allo stesso modo.

Il suo disegno dell'altopiano di Giza, fatto dal vero, è però un salto avanti rispetto alle fantasie di Kircher: le piramidi sono un po' troppo alte, ma la posizione e le proporzioni di Cheope, Chefren e Micerino con le piramidi satelliti sono giuste, e c'è persino un tentativo di rendere il rivestimento che sopravvive in cima a Chefren. La Sfinge è sepolta fino al collo tra le dune, come la vide: sotto quella sabbia c'erano ancora le mastabe, i templi e le rampe che sono stati scavati solo tra Ottocento e Novecento. La Sfinge intera, con le zampe e il tempio davanti, si vede solo dagli anni Trenta del secolo scorso.

Menfi, Saqqara e le mummie

Poi Sandys va a cercare Menfi, la capitale antica, con in testa le descrizioni dei classici: una «città grande e popolosa, adornata da un mondo di antichità», il tempio di Venere e quello di Serapide, i viali di sfingi. Trova poco: «Le stesse rovine sono ormai quasi rovinate: restano poche impronte, e diverse statue rovesciate dalle sembianze mostruose, testimonianza appena sufficiente a mostrare al cercatore curioso che qui c'era stata». È il primo di una lunga serie di viaggiatori che descrivono la distruzione in corso, e siamo nel 1610: nei tre secoli successivi accelererà, prima che qualcuno la fermi. Oggi quel poco che resta è raccolto nel museo all'aperto di Menfi, con il colosso di Ramses II sdraiato.

Il luogo che descrive meglio è la necropoli sulla collina sopra Menfi, «a quasi venti miglia dal Cairo»: quasi certamente Saqqara. Vede «alcune piramidi abbastanza grandi e un gran numero di piccole, con tombe di diverse fogge: molte in rovina, altrettante violate dai mori e dagli arabi, che fanno profitto dei morti». Scende nei pozzi delle mummie e le descrive: «I corpi giacciono allineati uno accanto all'altro, avvolti in molte pieghe di lino, fasciati con bende dello stesso, e il petto di molti è dipinto con caratteri geroglifici». Il saccheggio delle mummie, che nel Seicento si vendevano in Europa come medicina, era già un'industria.

Questo è l'altro lato della moneta: Sandys guardava con i suoi occhi, ma non aveva gli strumenti per capire cosa stava guardando. La scienza per leggere quei «caratteri geroglifici» non esisteva, poteva solo annotare. Il valore del suo libro è proprio questo: per la prima volta l'Europa incontra l'Egitto in presa diretta, non attraverso Erodoto o Strabone, e chi lo legge ha la sensazione di scoprire un paese sconosciuto a tutti.

Cosa resta oggi di quello che hanno visto

  • Il corridoio della Grande Piramide. È lo stesso di Sandys, un metro per uno e venti. L'ingresso è un biglietto extra che si paga sul posto e la guida non entra: dentro si va da soli, e per chi ha ginocchia o polmoni delicati lo sconsigliamo.
  • La Sfinge. Oggi la vedi intera, con il Tempio a Valle di Chefren accanto. Nel 1610 era una testa che spuntava dalla sabbia. Quando la guida ti porta al belvedere, pensa che per duemila anni quella è stata la vista di tutti.
  • Dahshur. La "cripta delle mummie" di Burattini non è mai stata trovata, ma la Piramide Rossa e la Romboidale che disegnò sono lì, si visitano e si entra nella Rossa. Le vedi nel tour privato di Saqqara, Dahshur e Giza, in una giornata sola.
  • Saqqara. Le "piramidi grandi e piccole" di Sandys sono la Piramide a gradoni di Djoser e le tombe dei nobili. È il sito che più di tutti ha continuato a restituire scoperte anche negli ultimi anni.
  • Menfi. Resta il museo all'aperto con il colosso di Ramses e la sfinge di alabastro: una tappa da mezz'ora, ma è l'unico posto dove capisci dove stava la capitale.
  • Alessandria e Rosetta. Gli obelischi sono a Londra e a New York, la Stele è al British Museum. Rosetta però è rimasta una cittadina ottomana con le case in mattoni e legno, e la vedi nel tour del Delta e di Rosetta, fuori da ogni rotta turistica.
  • Il copto. La lingua che Kircher aveva capito essere l'erede dell'egiziano si sente ancora nelle chiese della Cairo copta, la Chiesa Sospesa e Abu Serga, che si visitano nel tour del Nuovo Museo Egizio e della Cairo copta e islamica.
  • Roma e Torino. Se sei italiano, la prima egittologia ce l'hai a casa: l'obelisco di Piazza Navona, l'elefantino della Minerva, il Lateranense, e la Mensa Isiaca al Museo Egizio di Torino. Vale la pena andarci dopo l'Egitto, non prima: si capisce molto di più.

Le date da ricordare

AnnoCosa succede
1610George Sandys arriva ad Alessandria e visita Giza, Saqqara e Menfi
1615Esce il diario di Sandys, uno dei primi racconti occidentali dell'Egitto
1636Kircher pubblica il Prodromus Coptus: il copto è parente dell'egiziano antico
1643Lingua Aegyptiaca Restituta, il vocabolario copto che userà Champollion
1650Obeliscus Pamphilius, sull'obelisco di Piazza Navona
1652-1654I tre volumi dell'Oedipus Aegyptiacus: i geroglifici letti come simboli, sbagliando
1799Trovata la Stele di Rosetta
1822Champollion decifra i geroglifici, anche grazie al copto
1877-1881Gli obelischi di Alessandria partono per Londra e New York
Anni Trenta del NovecentoLa Sfinge viene liberata del tutto dalla sabbia

Perché te lo raccontiamo

Quando si visita l'Egitto si tende a pensare che le piramidi siano sempre state lì, come le vediamo. Non è così: la Giza di Sandys era una distesa di dune con tre montagne di pietra e una testa che spuntava dalla sabbia, e Menfi un campo di statue rovesciate. Ogni cosa che oggi ti fanno vedere in un'ora di visita è il risultato di quattro secoli di scavi, errori, saccheggi e ripensamenti, iniziati da gente come questi due.

Se vuoi vedere di persona i posti di questo articolo, l'escursione al Cairo e alle piramidi da Sharm copre Giza, la Sfinge e il museo; per Saqqara, Dahshur, Alessandria e Rosetta trovi i tour privati con guida in italiano linkati qui sopra. Se invece hai una domanda su una cosa che hai letto, scrivici su WhatsApp: rispondiamo volentieri anche a chi vuole solo capire meglio quello che ha visto.

Le citazioni di George Sandys sono tradotte da noi dal suo diario del 1615. Per la ricostruzione delle vite di Kircher e Sandys ci siamo appoggiati a una storia moderna dei primi esploratori e studiosi dell'Egitto e alle opere di Kircher citate nel testo.

Ti e' stato utile questo articolo?

Scrivimi su WhatsApp: rispondo in italiano, sono a Sharm el Sheikh e conosco l'Egitto come le mie tasche.

Scrivimi

Ti e' piaciuto questo articolo? Aggiungici alle tue fonti preferite su Google

Potrebbe interessarti