Omar
Pubblicato il 6 maggio 2026
Quando il sole inizia a scendere sul deserto del Sinai centrale, succede qualcosa di speciale che nessuna guida ti spiega bene. La luce calda colpisce le aperture delle tombe rivolte verso ovest e per pochi minuti le pietre dei Nawamis — seimila anni di silenzio — diventano arancioni, quasi liquide. Dura circa venti minuti, ma da solo vale tutta la giornata passata in pista, con polvere e tè bevuti vicino al fuoco di un beduino. Pochi viaggiatori italiani conoscono i Nawamis e non sanno che sono le costruzioni in pietra ancora intatte più antiche del Medio Oriente: sono più vecchie di mille anni rispetto alle piramidi di Giza.
In questa guida ti raccontiamo i Nawamis come li abbiamo visti noi: non come un sito archeologico, ma come una tappa di viaggio che cambia il modo in cui guardi il Sinai. Qui trovi la storia di queste tombe antiche, le idee sui popoli che le hanno costruite e tutte le cose pratiche — come si arriva, quanto si cammina, chi sono i beduini che le proteggono, e perché ti consigliamo di visitarle insieme all'oasi di Hodra, al Canyon Bianco e alla Montagna dei Messaggi in un viaggio di due o tre giorni nel deserto.
Cosa sono i Nawamis
La tecnica corbelling: nessuna malta, solo lastre piatte che si stringono fino al colmo. In piedi da seimila anni.
I Nawamis sono costruzioni rotonde in pietra, fatte senza usare cemento. Si usa una tecnica chiamata "corbelling": grandi lastre piatte messe una sopra l'altra che si stringono verso l'alto fino a chiudere la cupola. Hanno un diametro di tre-sei metri, sono alte circa due metri all'interno, e hanno una piccola apertura quasi sempre rivolta a ovest, verso il tramonto. Il nome arabo nawāmīs vuol dire "zanzariere" o "rifugi": i beduini Museina che vivono qui le hanno chiamate così perché credevano fossero ripari notturni costruiti dai compagni di Mosè durante l'Esodo per proteggersi dagli insetti. La leggenda è bella, ma le tombe sono più vecchie di almeno duemila anni.
Le tombe risalgono a un periodo tra il 4000 e il 3150 prima di Cristo. Sono state datate con metodi moderni: studio degli strati di terra, analisi della ceramica trovata e una tecnica chiamata OSL che misura la luce trattenuta nei cristalli di quarzo sepolti. Questa tecnica permette di sapere quando esattamente la pietra è stata messa lì. La cosa che mi sorprende ancor di più è un'altra: il popolo che ha costruito i Nawamis è durato solo tre o quattrocento anni poi è sparito. In quel breve periodo, nel Sinai centrale, sono stati costruiti centinaia di edifici.
Sono tombe collettive, non case. Gli scavi fatti dall'archeologo israeliano Avner Goren tra il 1972 e il 1982 hanno trovato resti umani in posizione fetale, insieme a gioielli di conchiglia, perline, punte di freccia in pietra e vasi di ceramica. Goren ha trovato 21 zone di nawamis nella metà sud della penisola. L'idea più concreta è che le famiglie tornassero al sito quando c'era un nuovo morto, riaprissero la tomba e mettessero dentro il defunto. Per questo gli interni sono così piccoli: non dovevano contenere persone vive, ma le ossa di tante generazioni. Entrare in un nawamis non è una visita: è toccare seimila anni di storia, in uno spazio così stretto che entrano solo due persone piegate.
I Nawamis si trovano nel Sinai centrale, non sulla costa
La pista da Nuweiba: 60 chilometri di sabbia e roccia, niente asfalto, l'unica via per arrivarci.
I Nawamis si trovano nel Sinai centrale, in una zona di sabbia e rocce arenarie tra Nuweiba (sulla costa del Mar Rosso) e Santa Caterina. I gruppi più visitati e meglio conservati sono quelli del Wadi Nawamis e dell'area di Gebel Gunna, ma le zone archeologiche si sviluppano per più di cinquanta chilometri. Non è un sito recintato con biglietto: è un paesaggio aperto, custodito dai beduini Museina e dalle altre tribù del Sinai centrale, dove si arriva quasi sempre in 4x4 o in cammello.
La distanza dalle località turistiche fa capire subito che ci vuole pazienza. Da Nuweiba sono circa 60 chilometri di pista nel deserto. Da Dahab circa 110, da Sharm el-Sheikh intorno a 160. Non sono chilometri di asfalto: dopo la strada costiera si entra nei wadi (letti di fiumi asciutti) che si possono fare solo con fuoristrada e con qualcuno che conosce la zona. Da Santa Caterina si può arrivare in un giorno passando dal Wadi Zalaga, ma è un percorso più difficile, solo per guide esperte.
Una storia dimenticata: chi ha costruito i Nawamis
Tra una tomba e l'altra: cammini in mezzo a un piccolo villaggio di pietra costruito da un popolo che è sparito senza lasciare nomi.
La domanda che tutti i viaggiatori fanno alla guida — "ma chi li ha fatti?" — non ha una risposta semplice ed è una delle cose più belle dei Nawamis. Non c'è scrittura, non ci sono geroglifici, non ci sono pareti dipinte. Ci sono solo le pietre, gli oggetti delle tombe e la posizione delle costruzioni, che ci raccontano qualcosa di un popolo che ha deciso di non lasciare niente di sé.
Il popolo dei nawamis arrivò probabilmente dalla valle del Negev e dalla penisola arabica, in un periodo in cui il clima del Sinai era più umido di oggi. Erano pastori che si spostavano spesso, allevavano capre e pecore, cacciavano animali selvatici e scambiavano rame e turchese — minerali abbondanti nel Sinai — con le prime città dell'Egitto antico e con la cultura ghassuliana del Levante. Le perline e le conchiglie trovate nelle tombe arrivano dal Mar Rosso ma anche dal Mediterraneo: chi viveva qui non era isolato, faceva parte di una rete commerciale che attraversava il Medio Oriente.
L'apertura a ovest delle tombe è il dettaglio per me più affascinante. Quasi tutte sono rivolte verso il tramonto, soprattutto verso il tramonto degli equinozi di primavera e d'autunno. È una delle prime testimonianze al mondo di architettura legata alle stelle. Il sole, il cammino dei morti, la rinascita: archeologi come Goren e Itzhaq Beit-Arieh hanno detto che dietro queste costruzioni semplici c'era una visione complessa del mondo. Non era a caso dove e come si mettevano le pietre, ogni angolo aveva un significato. Poi intorno al 3100 prima di Cristo, qualcosa ha fermato questa civiltà. Forse il clima è diventato troppo secco, forse i commerci sono cambiati, forse la gente si è semplicemente spostata verso le città del Delta. Restano le tombe, restano le ossa e resta la sensazione — quando le vedi — che qui sia successo qualcosa di importante e nessuno sia più riuscito a raccontarlo bene.
La prima volta davanti ai Nawamis: cosa aspettarsi davvero
Lo spazio interno: poco più di due metri d'altezza, due persone piegate ed è pieno.
C'è una differenza tra come immagini i Nawamis prima di arrivarci e come sono davvero. Probabilmente ti aspetti tombe enormi, qualcosa come Stonehenge nel deserto. La realtà è più piccola e meno grandiosa: una tomba arriva all'altezza delle tue spalle, raramente di più. Per entrarci devi piegarti e dentro non ci stanno più di due persone. Non è un difetto del sito, è proprio così che doveva essere. Seimila anni di tombe per famiglie, non per folle.
La seconda cosa che colpisce è il silenzio. Il Sinai centrale è una delle zone più tranquille del Medio Oriente: niente strade, niente villaggi vicini, niente macchine che passano. Quando il vento si ferma ti accorgi che non senti più nulla, e quel "nulla" è una sensazione che molti non hanno mai provato in vita loro. Poi all'improvviso, una capra fa cadere un sasso a duecento metri e capisci da dove arriva il rumore solo dopo qualche secondo, perché l'aria del deserto porta i suoni in modo diverso da quello a cui sei abituato.
La terza cosa è la presenza umana. Vicino ai Nawamis principali ci sono quasi sempre due o tre donne beduine sedute all'ombra delle pietre, con teli colorati stesi sulla sabbia e in mostra collane di conchiglia, bracciali e piccoli ricami. Non è una scena turistica preparata: è economia di sopravvivenza. Le donne dei Museina — una tribù che dal 1400 vive nella zona del Golfo di Aqaba fino a Sharm el-Sheikh — arrivano da Tarfa o dai campi di tende vicini per essere lì quando passano i turisti, vendono per pochi euro, sorridono molto e parlano poco. E sono custodi del sito del sito. Comprare qualcosa da loro — e pagarle direttamente, non sempre tramite il tour operator — è il modo più diretto per aiutare chi vive vicino a queste tombe e se ne prende cura.
Come visitare i Nawamis: la guida pratica che nessuno ti dà
Il momento per cui sei venuto fin qui: il sole basso che entra dall'apertura ovest, venti minuti scarsi, ogni giorno.
Quando andare. Da novembre a marzo è il periodo giusto. Il deserto del Sinai centrale arriva facilmente a 38-42 °C in estate e camminare sotto il sole pieno è stancante oltre che pericoloso. Da aprile in poi conviene partire all'alba e tornare prima delle 11. Il vento di scirocco (khamsin) può arrivare tra marzo e maggio: se viaggi in quel periodo, lascia un giorno extra di margine.
A che ora arrivare. Non a mezzogiorno. Mai a mezzogiorno. Le ombre sono piatte, le pietre perdono profondità, le tombe sembrano mucchi di sassi qualunque. L'ora migliore è il tardo pomeriggio, da circa un'ora prima del tramonto in poi. La luce bassa entra dentro le aperture e crea un effetto di luce e ombra che è il motivo per cui sei venuto fin qui. Se il tuo tour prevede l'arrivo a metà giornata, chiedi di cambiarlo — o cambia operatore. Il 70% della bellezza dei Nawamis è il tramonto.
Quanto tempo dedicare. Almeno due ore sul posto, meglio tre. Le tombe non sono tutte in un punto: si cammina nel raggio di qualche centinaio di metri, ogni gruppo ha un orientamento e uno stato di conservazione diverso, vale la pena fermarsi davanti a più di una. Chi ci passa quaranta minuti ha visto i Nawamis ma non li ha capiti.
Cosa portare. Cappello con visiera, occhiali da sole con buona protezione (la sabbia chiara riflette molto), almeno due litri d'acqua a testa, scarpe chiuse o sandali da trekking robusti, una felpa o uno scialle leggero per dopo il tramonto perché la temperatura cala in fretta. Una macchina fotografica vera, se ce l'hai, fa la differenza: gli smartphone fanno fatica con la luce calda bassa. Una piccola torcia da fronte è utile per il ritorno: nel deserto si fa buio in pochi minuti.
Davanti a un Nawamis con un anziano dei Museina: senza qualcuno che conosca le piste e legga il deserto, qui non si entra.
Sicurezza e permessi. Il Sinai del nord è zona militare con regole rigide; il Sinai centrale dove ci sono i Nawamis è invece accessibile e abbastanza sicuro, ma sempre con persone autorizzate e con permessi della polizia turistica e dei capi tribali. Il South Sinai Governorate ha registrato zero incidenti contro turisti nei 12 mesi fino a febbraio 2026. Non si va da soli, e non perché ti vogliano vendere un servizio in più: è facile perdersi, le piste cambiano dopo ogni pioggia, il telefono non prende per chilometri. Una guida beduina dei Museina è anche una sicurezza per la vita, oltre che la chiave culturale dell'esperienza.
Costi indicativi. Un'escursione di un giorno da Nuweiba o Dahab che includa Nawamis, una sosta in oasi e il pranzo beduino costa tra 60 e 90 euro a persona in piccoli gruppi (4-6 persone), inclusi 4x4, guida, acqua e pranzo. I trekking di due o tre giorni con notte in campo beduino partono da 150-220 euro a persona. Le donne beduine che vendono vicino alle tombe accettano contanti egiziani: porta qualche banconota da 50 e 100 EGP per piccoli acquisti, evita di mostrare biglietti grossi.
I beduini Museina, il Makhad Trust e il turismo che ha senso
Le donne dei Museina con i loro teli: comprare da loro direttamente è il modo più diretto di sostenere chi custodisce il sito.
Ai Nawamis, come in quasi tutto il Sinai centrale, si entra ospiti delle tribù beduine Museina. Sono una popolazione di poche migliaia di persone, di antica tradizione pastorale (presenti dal tardo 1400). Una novità positiva degli ultimi anni è il Desert Centre creato dal Makhad Trust — un'organizzazione inglese nata negli anni Novanta grazie a membri della tribù e a sostenitori esterni — che lavora ai Nawamis e nei wadi vicini su tre fronti: scuola per i bambini beduini in zone lontane, formazione di guide locali e progetti per proteggere il sito archeologico.
Il Makhad Trust ha avuto risultati concreti: dal 2007 ha riparato più di 600 pozzi (190 giardini e 180 comunità), dando accesso ad acqua potabile e per irrigare i campi a più di 43.000 persone nel territorio Museina. Le loro attività per il 2025 includono trekking accompagnati dal Project Manager per finanziare ancora i progetti locali.
Vale la pena chiedere al tuo operatore se collabora con il Makhad Trust o con altri programmi di turismo responsabile. Non è solo una questione etica: i tour che lavorano con le reti locali tendono ad avere guide più preparate, soste più lunghe, racconti più precisi. Arrivare ai Nawamis spesso vuol dire anche passare da un campo beduino per il pranzo: un tè fatto sul fuoco, pane cotto sotto la cenere (aysh sahaab), riso, verdure stufate e magari un agnello se sei in gruppo. L'ospitalità è parte del paesaggio quanto le tombe.
Combinare i Nawamis con il resto del deserto del Sinai
Il Canyon Bianco al mattino, prima di arrivare ai Nawamis nel pomeriggio: l'abbinamento più classico in due giorni.
Ecco il consiglio più importante della guida: i Nawamis non sono una destinazione singola, sono una tappa dentro un'esperienza più grande. Visitarli da soli, in una giornata veloce da Sharm, vuol dire perdere il contesto che li rende speciali. Il Sinai centrale è un piccolo mondo di canyon, oasi, montagne con il buco e dune, e una settimana ben pensata può unire tutti questi pezzi.
L'oasi di Hodra (Ein Hodra) è il punto di partenza classico: una macchia di palme e una sorgente d'acqua dolce in mezzo a rocce rosse e gialle. I trekking di base partono da qui: si dorme sotto le palme, ci si sveglia con il canto degli uccelli (cosa rara nel deserto vero) e da Hodra in cammello o in 4x4 ci si sposta verso i Nawamis attraverso il Wadi Ghazala. È una delle esperienze più belle del Sinai e merita almeno una notte intera.
Il Canyon Bianco (White Canyon) è una stretta via di calcare bianchissimo che si percorre a piedi per un'ora-un'ora e mezza, con passaggi a volte larghi pochi centimetri e camini naturali da scendere tenendosi alle pareti. Si abbina perfettamente ai Nawamis nello stesso giro di due giorni: di solito si fa il Canyon Bianco al mattino, si pranza in un campo beduino, si arriva ai Nawamis nel tardo pomeriggio per il tramonto.
Il Canyon Musakkar (a volte scritto Mushakkar) è meno frequentato del Canyon Bianco e proprio per questo molto bello: un canyon di arenaria rossa e nera, con strati geologici visibili. Spesso viene aggiunto agli itinerari di tre giorni e dà l'idea del tempo profondo del Sinai: le rocce qui hanno milioni di anni, le tombe seimila.
La Montagna dei Messaggi (Jebel el-Makhrum, cioè "la montagna con il buco") è una formazione rocciosa con un'apertura naturale che si vede da chilometri di distanza ed è uno dei punti di riferimento storici dei beduini. Da molti gruppi di Nawamis la si vede in lontananza: i pastori la usavano come segnale e ancora oggi le guide la indicano per spiegare gli orientamenti. Vale una sosta breve sul percorso, anche solo per le foto.
Il Coloured Canyon, vicino a Nuweiba, è più vicino alla costa, ma in un giro di tre giorni partendo da Nuweiba è facile da inserire. Ha strati di arenaria che vanno dal viola al giallo all'ocra, niente a che vedere con il bianco abbagliante del White Canyon. Si percorre a piedi in circa un'ora ed è adatto anche ai bambini più grandi.
Tra Hodra e i Nawamis c'è una zona di dune dorate dove molti operatori mettono il campo per la notte. Cena attorno al fuoco, cielo che è uno dei più bui d'Europa e Medio Oriente — la Via Lattea si vede a occhio nudo come una nuvola di latte. Per molti viaggiatori questa è la parte più indimenticabile del viaggio, più ancora dei monumenti.
L'itinerario che funziona meglio, secondo noi, è il classico tre giorni / due notti che parte da Nuweiba o Dahab: primo giorno Coloured Canyon e arrivo a Hodra al tramonto; secondo giorno Canyon Bianco di mattina, Nawamis al tramonto, notte tra le dune; terzo giorno Canyon Musakkar e ritorno. È abbastanza per non sentirsi turisti veloci e abbastanza compatto da entrare in una vacanza normale sul Mar Rosso.
Domande frequenti sui Nawamis Egitto
Un gruppo di Nawamis dall'alto: non una sola tomba, ma un piccolo cimitero collettivo di pietra che si estende per centinaia di metri.
I Nawamis sono pericolosi da visitare? Non in sé: il sito è in una zona del Sinai centrale aperta al turismo. La regola è non andarci mai da soli e sempre con guida beduina locale o operatore autorizzato, per il caldo e per non perdersi.
Servono permessi speciali? Il permesso di accesso al deserto interno viene gestito dall'operatore al momento della prenotazione, insieme alla polizia turistica e ai capi tribali Museina. Il viaggiatore non deve fare nulla per conto suo.
Posso entrare dentro le tombe? In molti gruppi sì, abbassandosi all'apertura. Si entra una persona alla volta, senza appoggiarsi alle pietre interne (la struttura è stabile da seimila anni proprio perché nessuno la stressa) e senza accendere fuochi o sigarette dentro. Non è "visita", è contatto.
Posso fare foto? Sì, anche con flash — ma il vero spettacolo non ha bisogno di flash: è la luce naturale del tramonto. Per le donne beduine che vendono vicino alle tombe chiedi sempre il permesso prima di fotografarle, e idealmente compra qualcosa prima di scattare.
Vedrò davvero qualcosa o solo mucchi di sassi? Le tombe meglio conservate sono intere, con la cupola in piedi e l'ingresso ben visibile. In ogni gruppo ce ne sono alcune crollate e altre intatte. Una guida brava ti porta da quelle giuste.
Ci sono Nawamis simili in altre parti del mondo? Sono unici per quantità e per età. Strutture simili esistono in altre culture (i nuraghi sardi, i trulli pugliesi, i talayot delle Baleari), ma il complesso del Sinai centrale è il più antico ancora in piedi del Medio Oriente.
Perché vale la pena venire fin qui
Le lastre di arenaria, una sopra l'altra, esattamente dove qualcuno le ha posate seimila anni fa.
Hai bisogno di seimila anni di silenzio per capire qualcosa di te. Sembra una frase da depliant turistico e in effetti lo è, ma davanti ai Nawamis al tramonto smette di sembrarlo. Vedi le aperture rivolte a ovest, vedi la luce che entra esattamente dove era previsto, vedi le donne beduine che ripiegano i teli mentre il cielo diventa scuro, e vedi anche — se la guida è brava — le tracce delle incisioni recenti, dei graffiti, dei piccoli furti di pietre fatti da turisti distratti. È un sito fragile. Non urgente come una specie in via di estinzione, ma fragile.
Visitarlo bene, con calma, con rispetto, con qualcuno del posto che ti spieghi le cose è un piccolo gesto di custodia. E può essere la parte più indimenticabile di un viaggio che, se ben pianificato, comprende la costa del Mar Rosso, la città del Cairo, il deserto centrale e magari il monastero di Santa Caterina e il Monte Sinai. I Nawamis Egitto sono il pezzo silenzioso di questo puzzle: quello che non senti raccontare al ritorno, ma che torna in mente più degli altri.
Se stai pianificando un viaggio nel Sinai e vuoi inserire i Nawamis nel tuo itinerario, [LINK: contatti] possiamo aiutarti a costruire un percorso tra Nuweiba, Hodra, i canyon e Santa Caterina con i tempi giusti. Se ancora stai decidendo se vale la pena spingersi nel deserto centrale, leggi anche [LINK: cosa-vedere-sinai] la nostra guida alle migliori esperienze del Sinai e [LINK: itinerario-egitto-due-settimane] il nostro itinerario di due settimane in Egitto, dove il Sinai trova il suo posto naturale alla fine del viaggio — come un punto in cui rallentare prima di tornare a casa.
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